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Il vino che non ti aspetti

Lo so, potrete sbuffare tutta la vostra noia, davanti ad un altro post su un vino rosato. Oddio, davvero? Ancora un rosato? Ma questo è malato? C’ha la fissa?

Ma perché? Voi che c’avete contro i rosati? Sfido a trovare qualcuno che dica di non apprezzare i rosati che ne abbia bevuti almeno una decina. Sfido. E soprattutto che lo abbia fatto negli ultimi 5 anni, epoca apparentemente brevissima, ma è un lasso di tempo in cui le capacità di tanti artigiani del vino hanno tirato fuori dei vini davvero goduriosi e compiuti, su tutte le tipologie, persino sui rosati (categoria che anche nel mondo sta avendo sempre più successo, e a ragione).

Non è una lavatura di botte, non è un rosso annacquato, quello di cui parlo è un vino che una volta deglutito lascia i suoi aromi tornare e tornare, con un allungo di sapore che riempie la bocca.

Appena versato ho messo il naso nel calice e sono rimasto quasi contrariato. Aveva sentori cupi, apparentemente affumicati, sembrava un rosso passato nel legno (in maniera piuttosto invadente). Ma poi gli è bastato qualche minuto per sgranchirsi le ossa, ricomporsi, e mettere in chiaro le cose.

L’affumicato è diventato ricordo di roccia lavica, anche cenere di camino, e man mano si inserivano freschi e nitidi profumi floreali. Il fiore di cappero, la lavanda, la rosa canina. L’assaggio è coerente, pieno di sapore, ma slanciato, talmente elegante che non pensi a nessuna componente (acidità, alcool, sale, tannino) tanto viaggiano in sincrono. La gradazione è bassa (12.5%) ed il vino infatti non sfodera eccessi di calore, ha solo quella spinta che in fondo al sorso fa esplodere un ricordo di succo di arancia, fiori, bacche di rosa canina, e una scia sapida di mare e roccia lavica. E non è suggestione per il territorio da cui viene. E’ che in quella bottiglia, in quello stadio evolutivo, c’era tutto questo, in maniera così nitida da farmi ornare la voglia di scrivere su questo blog dopo mesi di latitanza (anche se non ho mai smesso di bere vino).

Era un Bonavita Rosato 2016, della serie i rosati si bevono solo in annata, altra fesseria da sfatare. Nerello mascalese, nerello cappuccio e nocera, le uve che lo compongono, mentre i terreni sono quelli della piccola denominazione Faro, stretta fra l’Etna ed il mediterraneo.

Non bastasse la sua mediterraneità si esprime al passare del tempo e dei bicchieri, con ricordi ora di basilico, ora di artemisia, ed il sorso mantiene spessore e dinamica, mi accorgo anche di una nota di pepe davvero piacevole.

E’ un vino di cui mi mangio le mani di non averne altre in cantina, comprata tempo addietro da Morichetti sul suo sito Doyouwine.com. E non è mia intenzione fargli pubblicità, ma l’onestà d’animo mi dice che farei un torto a non ammettere che i vini selezionati sul suo sito sono praticamente tutte scelte che permettono di andare a botta sicura, senza delusioni.

Ah, per la cronaca, il vino fa solo acciaio, l’univo legno che conosca è quello delle viti da cui proviene, sapientemente custodite da Giovanni Scarfone.

Per i patiti dell’abbinamento, io ci ho mangiato delle melanzane alla parmigiana, ed in un successivo pasto dei totani al cartoccio con pomodorini, patate ed odori mediterranei (basilico, origano, prezzemolo), e su entrambi stava perfettamente, soprattutto sul secondo, elevando al quadrato le componenti mediterranee di sapori ed aromi.

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